La tentazione della minorità

Non serve un colpo secco di bastone ben assestato per spezzare le spine dorsali troppo rigide, ma basta la melliflua reiterazione degli stessi slogan per piegarle meglio, per renderle più morbide e cedevoli, e con effetti più duraturi. Parole che hanno un’aura positiva subiscono lente trasformazioni semantiche e si fossilizzano in nuove entità che non hanno più nulla del loro significato originario, anche quando gli ignari parlanti che continuano a usarle credono di maneggiare ancora le parole di prima non sapendo che in realtà hanno a che fare con zombie linguistici o, addirittura, con cavalli di Troia dentro cui si nasconde il nemico, pronto a conquistarli. Invoca il principio di libertà chi, nei fatti, lo nega e lo fa per meglio incatenare coloro che gli credono; si richiama allo stato di diritto chi al diritto vuole sostituire l’arbitrio di una parte; proclama la bontà della natura chi erige il proprio pregiudizio a unica natura possibile per sopprimere tutte le nature che non siano la sua; si erge a difensore della moralità chi è immorale in tutto ma sa meglio convincere gli altri che la sua recita della moralità è l’unica vera moralità. Questo balletto di apparenze, a furia di essere rappresentato, si cristallizza nel discorso pubblico e quando quest’ultimo cala, con insistita maniacalità, dall’alto verso il basso, chi sta in basso finisce per scambiarlo per l’unica verità possibile e per l’unico codice di comportamento ammissibile. Lo fa senza più nemmeno volerlo, lo fa per rassegnazione – perché è doloroso vivere in uno stato di incessante inconciliazione -, lo fa anche contro di sé. Creato questo rumore di fondo, servita questa zuppa in cui a poco a poco affogare, è raggiunto anche lo scopo non dichiarato ma implicito: spezzare la schiena senza l’uso della spranga di metallo e piegare i sudditi. Questi "sudditi" crederanno di non avere più diritti e riterranno normale che li si discrimini. Occorre un altro shock perché si rendano conto dell’ingiustizia che stanno patendo; occorre qualcuno che gli mostri la realtà da un’altra prospettiva; occorre uno straniamento.

Pensavo a tutto questo, ultimamente, e pensavo alla deriva che da qualche tempo ha preso il paese in cui viviamo. Dovrebbe suonare un campanello d’allarme, ma pare che molti siano non soltanto rassegnati, ma addirittura lieti dello status quo, tanto da sentirsi giulivamente liberi malgrado l’erosione progressiva dei loro diritti. Sono in pochi quelli che sentono "uno scampanio ininterrotto": gli altri dove sono? Ritengono forse che sia giusto che vengano negati loro certi diritti e in questa rassegnata concezione si sono adagiati. Voglio tornare a parlare della questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ho riflettuto a lungo su un pezzo di Benjamino, che ha prodotto in me quello "straniamento" necessario a guardare la realtà da un altro punto di vista. E’ vero: ha ragione lui sulla "questione Pacs". Il "Pacs" e il "matrimonio" sono due faccende separate. Supponiamo che in Italia venisse approvata una legge che disponesse la possibilità di accedere a una "registrazione tra partner", senza distinzione di sesso. Si creerebbe una situazione asimmetrica: due istituti giuridici, il Pacs e il matrimonio. Al primo potrebbero accedere coppie omosessuali ed eterosessuali, al secondo solo coppie eterosessuali. La parità di diritti sarebbe quindi monca e si sancirebbe, di fatto e di diritto, una discriminazione in base al sesso e all’orientamento sessuale. Che fare, dunque? Rifiutare il Pacs? No, la mia opinione è che si debba introdurre il Pacs per tutti e poi continuare per abbattere la discriminazione per cui coppie dello stesso sesso non possono contrarre matrimonio. Solo quando ci saranno sia il Pacs che il matrimonio per tutti, solo allora non ci sarà più discriminazione. Introdotto il Pacs, quindi, la battaglia per la parità dei diritti non sarà conclusa. Per quale ragione, infatti, dovrebbero essere escluse le coppie omosessuali dall’accesso all’istituto del matrimonio? Se ci si riflette a fondo, non c’è nessuna ragione. Non vale certamente richiamarsi a presunti figli, perché altrimenti nemmeno le coppie sterili o quelle troppo anziane dovrebbero avere il diritto di sposarsi, né vale invocare una "tradizione storica", perché come ha sottolineato Endimione nel suo lucidissimo pezzo "il passato non può rappresentare una scusa per non cambiare il presente, per non agire sul futuro in modo da migliorare l’esistente". Eppure, a forza di sentire discorsi sull’inopportunità di puntare in alto e pretendere il massimo – ovvero: la piena cittadinanza, con tutti i diritti e i doveri che questa comporta -, mi stavo quasi convincendo anch’io che forse sarebbe bastata una forma "addomesticata" di riconoscimento giuridico. Io non sono una persona che si lascia scivolare addosso le cose senza ponderarle: questa è la prova che un rumore di fondo continuo finisce per ottundere anche la lucidità di coloro che meglio esercitano la propria attenzione. Immagino quindi che cosa accade a chi ha meno mezzi culturali per resistere e per criticare la realtà. Io credo che, nella situazione politica presente – caratterizzata da forti spinte reazionarie e conservatrici -, questo sia un obiettivo primario dei poteri forti: convincere la gente che non ha certi diritti e che, non avendoli, non deve nemmeno reclamarli. Questo meccanismo di negazione di sé e dei propri diritti, che si risolve spesso nella frase di circostanza "non c’è nessun problema, va tutto bene così", non è proprio soltanto di alcuni omosessuali. Essendo io parte della "categoria" avverto con maggior acutezza questa forma di masochismo politico, ma ciò non m’impedisce di osservarlo anche in altri gruppi. Quante volte ho sentito donne sostenere che ormai la parità femminile è un dato acquisito e che ormai loro non sono più discriminate! Eppure basta guardare con occhi aperti il mondo contemporaneo per rendersi conto che sono ancora sterminati i campi in cui una donna vale di meno di un uomo: o perché è presa meno sul serio o perché viene sempre valutata in quanto appendice di un uomo e non in quanto individuo autonomo. Non è bastato l’esempio scandaloso dell’ultimo referendum, in cui il diritto all’autodeterminazione delle donne – in ciò che esse hanno di più immediato e tangibile, il loro corpo – è stato calpestato in favore di un’astrazione ideologica come il "diritto dell’embrione"? E, quel che è peggio, ciò è avvenuto con il silenzioso consenso di gran parte delle vittime stesse. Non è anche questa una forma di introiezione, da parte loro, del discorso che viene fatto da chi le domina? Tuttavia c’è chi si ostina ad affermare che, ancora oggi, insistere sui diritti delle donne sia terribilmente rétro, retaggio di velleità da suffragette del secolo scorso. Il fatto, però, che le donne abbiano "più diritti" non significa che la battaglia civile si sia già conclusa con successo. Finché si accettano tali presupposti dominanti, quindi, si accetterà anche la minorità che essi impongono e la si accetterà come se si trattasse di un dato ovvio.

Tutto ciò crea un clima in cui la coscienza civile – un po’ frastornata da queste voci che ripetutamente assicurano che tutto va bene, un po’ sedata dalla primazia dell’ "entertainment" a tutti i costi – rischia di non reagire più e di rassegnarsi invece alla riscossa violenta tentata da certi poteri forti. Tra questi annovero senza dubbio la chiesa cattolica, "iena mascherata da colomba". Della pesante campagna in favore dell’astensione in occasione del referendum del 12 giugno si è già detto, ma adesso mi domando se allora qualcuno fosse così ingenuo da pensare che quelli non fossero i prodromi di un attacco alla laicità dello stato e alla separazione dei poteri, temporale e spirituale. E, infatti, stiamo assistendo in questi giorni a un tentativo di invasione e di colonizzazione del potere civile da parte del potere ecclesiastico. Chi, basandosi su un male inteso concetto di democrazia, sostiene che anche la chiesa ha tutto il diritto di "esprimere la propria opinione" dimentica (o finge di dimenticare) che l’opinione di una struttura di potere forte come la chiesa non può essere considerata una pura e semplice opinione, ma è sempre un atto politico. E tale atto politico, oltre a non essere ammissibile, non può essere vincolante per chi alla chiesa cattolica non appartiene. Non è accettabile che sia la chiesa cattolica a stabilire i confini della laicità di uno stato, discriminando tra una "laicità sana" – e quindi benedetta e approvata dalla chiesa stessa – e una laicità "non sana", come è avvenuto qualche giorno fa con la visita di Ratzinger – un capo di stato straniero, per inciso – al presidente Ciampi. Allo stesso modo non possono essere considerate soltanto alla stregua di "insegnamento per i credenti" certe affermazioni del nuovo catechismo della chiesa cattolica che invece annunciano uno sfondamento nella polis, che è lo spazio di tutti i cittadini, cattolici e no. Quando per esempio leggo, sul Corriere della Sera di oggi: "Perché la società deve proteggere l’embrione? Per il diritto inalienabile di ogni essere umano fin dal suo concepimento. Altrimenti vengono minati i fondamenti di uno Stato di diritto" – il corsivo è mio -, è evidente che non si tratta più solo di un precetto morale indirizzato ai credenti, ma un invito esplicito a formulare una legge dello stato in tal senso. Non è più "un’opinione" tra tante, ma un’indebita invasione di campo. Ma se questi continui tentativi di conquista dello spazio laico si ripetono e si protraggono nel tempo, il rischio è di creare un clima in cui non vengano più nemmeno percepiti come ingerenze, ma ritenuti normali e giustificati. Le spine dorsali dello stato laico si saranno talmente incurvate che non servirà più nemmeno spezzarle con il colpo secco di cui scrivevo all’inizio. Che cosa fare perché la protesta non si limiti a un flatus vocis senza efficacia? Su un piano personale, adeguare il proprio comportamento alle proprie convinzioni e, se non ci si identifica (più) con la chiesa cattolica, segnalare in modo inequivoco la propria non appartenenza. Su un piano pubblico occorre invece che, finalmente, qualche forza politica cominci a inserire dichiaratamente l’anticlericalismo nel proprio programma, facendo un’esplicita campagna in favore dell’abolizione del concordato tra stato italiano e chiesa e dell’abrogazione di quei privilegi che garantiscono alla chiesa cattolica una posizione di superiorità oggettiva rispetto alle altre religioni professate in Italia, affinché le scelte spirituali di ogni cittadino rientrino nell’ambito che spetta loro: quello della coscienza individuale.

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3 risposte a La tentazione della minorità

  1. ohms ha detto:

    certe cose mi fanno schiumare di rabbia (sarà un mese che navigo nella bava).
    Occorrerebbe anche che certa gente la smettesse di considerare i pride come squallide carnevalate e che la smettesse anche di dirsi “etero anche se ora sto provando il picio”.
    Detto questo vado a dormire.

  2. benjamino ha detto:

    Tragicamente condivisibile, Stefano. Soprattutto la descrizione del logorio continuo e senza requie di cui parli all’inizio. Parole ripetute che diventano verità.
    Io ho paura.
    Una forza politica che faccia quello di cui parli tu c’è già, anche se immagino non l’amerai molto – e avrai le tue ragioni-: i radicali. Nel ’77 raccolsero le firme per un referendum che chiedeva l’abolizione del Concordato, dichiarato incostituzionale e mai tenutosi. È ancora la loro posizione e la loro battaglia, ma non hanno forza -anche perché gli italiani non gliela danno, non sono in Parlamento né in nessuna istituzione locale e stanno vivendo una crisi fortissima.
    (sono davvero contento di essere riuscito a comunicarti la rilevanza della questione del matrimonio). ciao!

  3. stefano ha detto:

    Benjamino, so che i radicali hanno anche questo tra i loro programmi: io vorrei però che questo progetto venisse *sponsorizzato* anche da altre forze politiche.
    Il laicismo assoluto dei radicali è uno dei loro punti di forza e li apprezzo molto per questo. Apprezzo meno le loro posizioni economiche e, ultimamente, il loro filoamericanismo spinto.

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