"Avevo deciso di uccidermi, anzitutto perché ero vittima di una mafia. E dalla mafia non c’è scampo, lo sapevo.
Cominciò con una malattia. Corporale, non mentale, vera, non immaginaria: cronicheggiante. Una di quelle malattie, però, che lasciano vivere e, curate con un po’ d’umanità, guariscono. In concreto, stavo guarendo. Il medico, a Crisopoli, che avrebbe dovuto curarmi, mi mandò invece da uno specialista, e lo specialista da un radiologo, il quale chiese uno specialista 2°, e costui chiese un radiologo 2°, il quale prescrisse alcuni controlli (oh, solo 11, dalla Wassermann alla V.S.), in una clinica, sempre a Crisopoli: dopo l’ultimo dei quali controlli mi fu consigliata una serie di esami biologici, in esito ai quali uno specialista (3°) rese necessario il radiologo omologo (3°). E così successivamente, a coppie, anzi a terne (specialista, radiologo, clinica con laboratorio d’analisi, breve soggiorno), in progressione esponenziale, sino a poche settimane or sono, per un totale, in 2 anni e 8 mesi, di 12 specialisti, 12 radiologi, 33 cicli di controlli e 27 serie di esami biologici vari. Cose note a millioni di vittime, con le quali io ero caduto nel racket della «diagnosi precoce». Il fenomeno, per essere parte del Sistema (in senso marcusiano), viene accolto con benevolenza dalla sociologia, ossia ignorato e non denunciato, ma ha le caratteristiche precise della estorsione mafiosa. La malattia di partenza non è grave, ma può diventarlo, ovviamente, sicché occorre «seguirla», occorrono interventi medici frequenti per accertare «in sede diagnostica», si osservi, eventuali degenerazioni. Ma – si domanda il soggetto (passivo) – a che scopo, visto che le «eventuali degenerazioni», ove mai si verifichino, sono incurabili, e incurate? Ogni tre mesi mi costringete all’attesa del verdetto: «c’è o non c’è». A che scopo, visto che se «c’è», è l’agonia lenta e sicura, consapevole, e senza rimedio?
Lo scopo, patet: non tanto i miliardi, a centinaia, quanto il potere. L’asservimento di folle di uomini e donne a una classe. O clan, o corporazione. Non penso più a drammatizzare, ora; ma ho idea che lo sfruttamento capitalistico, padrone su lavoratore, sia un ameno giuoco da società, a paragone qualitativo con quest’altra sudditanza coatta. Inevitabile: a escludere la fuga funziona il più vischioso, e il più feroce, dei ricatti.
Così questa industria fonda su una base ferrea. Non è esposta a cali di congiuntura. E’ rigidamente solidale al proprio interno. Non subisce concorrenze dall’esterno. Niente crisi, per lei.
Per noi, per me, sì: nel mio caso una crisi che dovrei chiamare schifo. Coinvolgente me stesso. Ci sono state mattine che, nel mentre mi facevo la barba, cercavo di non vedermi nello specchio."

Guido Morselli, Dissipatio H.G.

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