Contro lo straccionismo ideologico

Su “Vanity Fair” del 7 settembre c’è un pezzo agiografico di Folco Terzani, gran figlio di tanto padre, in cui racconta come rimase folgorato, anni fa, da Teresa di Calcutta. Decise di partire per l’India e lì si presentò alla Casa Madre della Santa. Il povero ragazzo, infatti, si sentiva addosso “uno strisciante senso di vuoto che neppure gli studi di filosofia a Cambridge erano riusciti a colmare”. Come non provare un moto di compassione per questo borghese ricco e viziato che ha avuto bisogno di un bagno di straccionismo per mondare il suo senso di colpa di occidentale bianco? Be’, quello che trova – e che descrive – è la prevedibile miseria, la sozzura, la sofferenza – “Signora mia, sapesse che dolori”, avrebbe detto compunto Alberto Arbasino -, le piaghe, la merda e la morte che tanto piacciono al dolorismo cattolico.

Di tutto l’articolo, però, c’è un passaggio che è emblematico della mentalità inutilmente stracciona che esalta la povertà per la povertà, anche quando non serve a nulla ed è pure controproducente. Un atteggiamento ideologico che crede al potere purificatore del primitivismo. Eccolo: “… a quello là che si è fatto la diarrea addosso dovrò cambiare i pantaloni. Semplice. Sì, però i panni sporchi non li posso poi buttare nella lavatrice, perché lavatrici qui non ci sono. Dobbiamo lavare i panni dei malati a mano, o meglio pestarli con i piedi nudi in una grande vasca”. E fin qui, niente di male. Uno pensa: poveretti, non hanno le lavatrici. Invece no, ecco la rivelazione: “Non perché a Madre Teresa manchino le donazioni, ma perché lei questi macchinari non li vuole. Tutto deve rimanere semplice, immediato, povero: come quelli che serviamo.” Qui c’è dunque un rifiuto esplicito e intenzionale della tecnologia, anche quando questa potrebbe essere al servizio di quegli umili che si dice di volere aiutare. Non è amore della tecnica per la tecnica, ma usare una lavatrice avrebbe, banalmente, consentito di risparmiare tempo e quindi di impiegare quel tempo proprio per quei poveri. Che un’invasata come “la Santa” possa uscirsene con una trovata del genere non mi stupisce più di tanto, ma che Folco Terzani le abbia dato retta e ora persino lo scriva senza vergognarsene oltrepassa le mie capacità di comprensione.

Ora, io sono ben lungi dall’idolatrare il lusso e i beni materiali e sono ben consapevole – come si dice con un luogo comune – che le ricchezze “non fanno la felicità”, ma mi sembra ancora più ottuso l’atteggiamento inverso di chi la povertà non la subisce ma addirittura la ricerca pur potendo evitarla, perché pensa che così potrà accedere a chissà quale forma di saggezza o di essenza superiore. Lo stesso si potrebbe sostenere per l’esaltazione della sofferenza e del dolore fisico: se Anjeze Gonxhe Bojaxhu la pensava così sulle lavatrici, non oso nemmeno immaginare che opinione avesse, per esempio, della morfina per lenire ai malati terminali quel dolore che, secondo lei, avvicinava a Dio. Beninteso: ognuno può scegliere la miseria più nera e la sofferenza più atroce, ma lo può fare solo per se stesso, non per gli altri, né tantomeno per sfruttare gli altri e usarli come veicoli per raggiungere la santità. Folco Terzani dica pure “grazie”, io preferisco astenermi – e per rendere migliore questo mondo, nella misura in cui sia possibile, non rinuncio agli strumenti che la modernità mi mette a disposizione.

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“L’isola di Arturo”, la disillusione dopo l’infanzia

Adolescente ho letto molto Elsa Morante, poi l’ho abbandonata per anni – decenni, anzi –, ma del resto ha scritto molto poco. Solo di recente ho ripreso in mano “L’Isola di Arturo”, di cui avevo ricordi vaghissimi. Mi ha subito irretito e ammaliato.

La storia del ragazzino Arturo Gerace, orfano di madre e follemente innamorato del padre Wilhelm, cui attribuisce una statura da gigante, dotandolo di ogni virtù e di grande carisma e sprezzo da avventuriero, si potrebbe leggere come un romanzo per giovani. In fin dei conti, l’incanto della prosa morantiana si presta molto, poiché è fluida e preziosa al tempo stesso, possiede qualcosa di magico senza però essere lambiccata o leziosa. Ha un’apparenza semplice che però nasconde una grande cura, che tuttavia non tradisce mai il fascino della leggibilità. Eppure… eppure “L’Isola di Arturo” è anche un romanzo con un fondo malinconico, soprattutto se letto alla mia età. In sostanza qui non è narrata soltanto la crescita di Arturo, da bambino ad adulto, con il susseguirsi monotono delle stagioni a Procida, fino all’abbandono dell’isola nelle ultime pagine, non è quindi solo un “Entwicklungsroman”, ma è anche – e soprattutto, direi – il racconto del processo di disincanto che Arturo subisce suo malgrado. A poco a poco la realtà perde il suo smalto mitico per diventare quello che è: la realtà, in tutta la sua crudezza. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta comporta la morte delle illusioni che rendevano luminosa la prima e a cadere sotto l’accetta della crescita è, naturalmente, anche la mitizzazione della figura paterna.

L’isola non è quindi solo il luogo metaforico dell’infanzia, un’infanzia che ha qualcosa di magico perché trasfigura la realtà, in cui un padre può essere un dio e come tale essere adorato, ma è anche il luogo abitato da chiunque – non soltanto Arturo, non soltanto un ragazzino – ami di un amore folle un’altra persona: è il bozzolo di esaltazione e di elevazione in cui l’avvolge, è il piedistallo sul quale la erge per osservarla poi dal basso e farsi piccolo, ancora più piccolo di quello che è, salvo poi avvertire in maniera ancora più dolorosa la caduta nell’obiettività quando l’amore finisce.

Se Wilhelm se ne va, per lunghi periodi, da Procida, secondo Arturo è per compiere viaggi in terre esotiche e intraprendere avventure misteriose: il suo unico desiderio è, cresciuto, di poterlo accompagnare. Nel frattempo gli unici viaggi sono quelli che può fare con la fantasia, studiando libri di geografia e biografie di grandi condottieri e progettando per sé un futuro degno di tali esempi. Per tutto il romanzo, insomma, Arturo ci viene presentato come un ragazzino un po’ selvatico, che vive una vita brada e solitaria, ma che allo stesso tempo soffre – senza esserne pienamente consapevole – di un bisogno lancinante di affetto e di contatto, per la mancanza delle carezze materne che non ha mai avuto e per l’assenza di fisicità dimostrata dal padre nei suoi confronti.

E, come spesso accade con gli amori che si nutrono di assenza e di silenzio – giacché Wilhelm, di origine tedesca, non è granché ciarliero ed effusivo -, anche quello di Arturo per il padre è segnato da una lacerante gelosia quando quest’ultimo si porta da Napoli una sposa ragazzina, Nunziata (o Nunziatella), sedicenne e di quasi vent’anni più giovane di lui. Per la “matrigna”, poco più grande di Arturo, il ragazzino nutre un sentimento di odio e di amore, decide scientemente di punirla sottraendosi alle sue confidenze, la tratta con studiata freddezza, pentito dall’iniziale espansività con cui l’ha accolta in casa, fino a ricercarne le attenzioni dopo la nascita di un fratellino. Qui entra in gioco anche l’invidia, dolorosissima, provata da Arturo quando vede Nunziatella ricoprire di baci il fratello, baci che lui non ha mai avuto, tanto da indurlo a “rubarne” uno alla matrigna. Insomma, Elsa Morante rappresenta un dramma psicologico – una sorta di complesso edipico – senza però mai usare esplicitamente i termini della psicologia, mantenendo sempre lo stesso tono incantato da favola (e, giustamente, Cesare Garboli cita nell’introduzione una frase di Alberto Moravia, che diceva che Elsa Morante avrebbe potuto scrivere di Moby Dick mettendo però subito in chiaro che, a conti fatti, è un cetaceo qualunque!).

Oltre alla cosiddetta “casa dei guaglioni” – l’abitazione dei Gerace -, a Procida c’è un altro luogo che calamita l’attenzione di Arturo: il penitenziario. Esso possiede un’aura romantica, perché lì Arturo vi immagina rinchiusi tutti coloro che si sono ribellati alla vita ordinaria e che, per questo motivo, sono dotati di qualità eccezionali. E un giorno Arturo vede le forze dell’ordine scortarvi un uomo in manette. Questo episodio contribuirà prima a nutrire l’immaginario fantastico di Arturo e poi, quando l’uomo verrà rilasciato e il ragazzino se lo troverà in casa, a distruggerlo, rivelandogli la banalità di quel mondo paterno che lui credeva meraviglioso. L’uomo, infatti, non è che l’amante prezzolato di Wilhelm che, lungi dall’essere il grande avventuriero immaginato da Arturo, non si è mai spinto più in là di Napoli, ed è, tutto sommato, un poveretto, con tutti i difetti degli altri esseri umani – e con lo stesso disperato bisogno di amore, tanto da essere disposto a umiliarsi pur di averlo da quell’uomo uscito di prigione. Senza nominare direttamente la cosa, Elsa Morante mette dunque in scena un personaggio se non omosessuale certamente bisessuale – e, del resto, una certa ambiguità che non di rado sfocia nella misoginia pervade tutto il romanzo e gli atteggiamenti del padre di Arturo.

È su questa rivelazione che si chiude il romanzo e sulla determinazione con cui Arturo, diversamente dal suo solito, non si presenta al porto per salutare la partenza del padre. Ormai l’infanzia fatata e l’età dell’innocenza selvaggia, l’epoca che avvolge tutto in una luce particolare, si è conclusa e tutta l’ “isola di Arturo” resta come una parentesi di un passato doloroso ma paradisiaco che solo la memoria – il romanzo stesso, narrato in prima persona da Arturo – può rievocare. Un passato che non tornerà più.

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Polvere siete, polvere ritornerete

pixlr_20160719205235154Il Cimitero Monumentale è uno spazio di pace e silenzio nel centro di Milano: i morti non fanno rumore e, a parte rari turisti, non ci si incontra quasi nessuno nel pomeriggio di un’afosa giornata di luglio. Sorvolo sul suo essere un museo a cielo aperto – si consulti una guida per quello -, ma mi limito a constatare che, da qualche tempo a questa parte, ci vado quando ho bisogno di ritirarmi in me stesso. Scherzando, dico che vado a “fare le prove generali”. Anche oggi, poiché il giorno ha preso una piega diversa da quella programmata, ci faccio un salto e ci rimango quasi tre ore. Prima sedendomi su una panchina all’ombra, a meditare e ad ascoltare i pochi rumori tutt’attorno a me – cicale, uccelli, qualche passo sulla ghiaia, l’acqua che gorgoglia dalle fontanelle, i motori distanti e, purtroppo, un operaio che con la sega elettrica taglia i rami di un albero – e a leggere. Poi mi alzo e mi metto a camminare lungo i viali, cercando quelli più alberati, sbirciando le fotografie sulle tombe e leggendone le lapidi. E questa sfilata di volti e di nomi è un invito alla sobrietà e all’understatement: non serve prendersi troppo sul serio, darsi troppe arie, agitarsi tanto, attribuire un’eccessiva importanza a quel che ci ferisce perché è così che finirà il viaggio di tutti noi. Rammento che anche Cioran bazzicava i cimiteri (e i musei di paleontologia) per raffreddarsi quando andava in escandescenze per qualcosa. La visione statica di tante tombe infonde una certa tranquillità. Poi passo alle mie ossessioni e, fermandomi davanti a questa o quella lapide, calcolo quanti anni avesse al momento del decesso la persona lì sepolta, rapportandone l’età a me e alle persone che conosco e cercando di capire se, in passato, si morisse prima di oggi. Mi chiedo di che cosa siano morte, se la morte è giunta rapida – come un “ladro nella notte” – o se invece il loro morire sia stato un lungo e faticoso trascinarsi costringendoli allo spettacolo umiliante del loro progressivo sfacelo e della loro crescente impotenza. Poi, guardando le fotografie di quelli morti giovani – o ciò che oggi si considera ancora “giovane” – mi dico che allora s’invecchiava molto prima e che un mio coetaneo aveva già l’aria di un vegliardo (o forse ce l’ho anch’io, chissà, ma tutti ci crediamo più giovani guardandoci allo specchio). Mi fermo a osservare le tombe più monumentali, alcune ai limiti del delirio di grandezza – penso a un Cristo in croce di formato gigante -, oppure a quelle più strane – penso a un involontariamente comico ragazzo nudo in posizione che in inglese si direbbe ‘doggie style’, e si direbbe più pronto alla sodomia che colpito dall’afflizione -, e a leggerne le iscrizioni commemorative: frasi di circostanza, rime elementari, lessico spesso vetusto che dipingono un’umanità preclara, dotata di ogni virtù, come se gli stronzi dimorassero solo tra i vivi e, una volta varcata la “porta dello spavento supremo”, si trasfigurassero diventando campioni di bontà. Padri e madri devoti ai coniugi e ai figli, individui dediti con passione e zelo al lavoro – loro principale fonte di appagamento e di realizzazione -, modelli di bontà e di civismo, esemplari di generosità irradianti benevolenza e carità nei confronti del prossimo, uomini e donne il cui trapasso ha lasciato inconsolabili i sopravvissuti che, commossi, “a eterna memoria posero” – eterna memoria irrisa da muschi e licheni e dal tempo (grande scultore, secondo Yourcenar) che fa saltare lettere e cifre rendendo a volte incomprensibili quelle iscrizioni imperiture. Mi domando che fine abbiano fatto i meschini, i traditori, i truffatori, i bari, i mestatori, gli invidiosi, le carogne, gl’infingardi, i puttanieri, le troie, i giocatori d’azzardo, gli avvinazzati, i ladri, i criminali e via elencando, che si aggirano tra di noi e che tanto variopinto rendono il mondo di noi vivi (a tempo determinato): forse sono quelli che non si sono meritati neanche una riga sulla lapide e di cui si preferisce tacere piuttosto che mentire? Eppure, malgrado la forma stereotipata del genere ‘lapidario’, di tanto in tanto affiora qualcosa della verità di colui (o colei) che vi è sepolto e, in quei casi, è come se fossi investito da frammenti di un’esistenza lontana: magari è una caratteristica saliente del morto, quello che era il suo chiodo fisso quand’era vivo, come l’uomo che, nei colombari, ha incisa sulla lapide una falce e martello con la scritta “Lottò per un migliore avvenire”, o la donna di origine polacca che, morta già negli anni venti del secolo scorso, fu trasportata dalla lontana Varsavia a Milano e ha un’iscrizione bilingue. Ed è soprattutto nei colombari che, osservando le file e file di morti, su più piani – l’uso delle scale metalliche è “a rischio e pericolo” dei visitatori -, provo la sensazione d’incredulità e di sgomento che dovette avere Dante quando parlò di “sì lunga tratta di gente, ch’i’ non averei creduto che morte tanta n’avesse disfatta”.  Mentre torno sui miei passi verso l’uscita – ma non riesco ad affrettarmi, perché qui e là qualche nome attira la mia attenzione, e vorrei fermarmi ad accarezzare il gatto nero che se ne sta pacifico all’ombra di un cenotafio, ma che scappa non appena tento di avvicinarmi – mi chiedo quanti, in quella vastità, fossero omosessuali – visto che sono soprattutto mariti e mogli, a volte figli, fratelli e sorelli, più di rado madri e padri, a piangere i loro morti nelle iscrizioni sulle lapidi, mentre della nostra ‘tribù’ sembra non esserci traccia – e mi chiedo anche quanti, tra quei morti, siano i suicidi: statisticamente dovrebbero essercene, ma neppure di questo resta traccia.

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Il libro come totem

Il libro mantiene ancora il suo prestigio, malgrado tutto. Chi, a un certo punto della sua vita, vuole accedere a un certo status intellettuale, sforna un libro. Riappare come un totem da adorare dopo che si è uccisa la ‘cosa reale’: forse si vuole scontare il proprio senso di colpa. Ma non tutti i libri sono davvero libri, benché ne abbiano le sembianze. Qualche giorno fa, per esempio, mi è caduto in libreria l’occhio su un volume di Ignazio Marino, che dà la sua versione dei fatti relativi alla sua esperienza di sindaco di Roma. Non è l’unico. Prima o poi tutti scrivono (o si fanno scrivere) un libro. Pochi lo leggono e sicuramente sarà meno diffuso di quanto saranno già state diffuse le parole dell’autore con la televisione, con internet e con i giornali. Eppure materializzarsi nell’ “oggetto libro” significa “elevarsi” al di sopra dell’apparente impermanenza degli altri media. Non credo, infatti, che qualcuno scriva un libro per arricchirsi o per accedere a una platea più vasta: sarebbe un povero illuso. E’ proprio solo una questione di prestigio.

Lo stesso meccanismo psicologico probabilmente induce altri personaggi che hanno acquisito una popolarità relativa in ambiti diversi dall’editoria a cimentarsi nella scrittura  di un libro. E, purtroppo, nella successiva pubblicazione. Anni fa – sembra ormai un’epoca lontana – c’era la moda dei blog e alcuni blogger erano diventati relativamente popoalari  grazie a uno stile personale che poi finiva sempre per diventare maniera. Alcuni di loro hanno compiuto il salto e si sono trasformati in libri. Sono stati fenomeni editoriali passeggeri, piccoli fuochi fatui durati il tempo di una stagione in libreria (e a volte anche meno) e poi rapidamente estintisi. Tanta personalità avevano che venivano pubblicati non con il nome all’anagrafe degli autori, bensì con il nickname che usavano nei blog: Pulsatilla, Insy Loan, Duchesne, e via discorrendo.

Oggi il fenomeno è persino degenerato. Se il blog richiedeva una capacità minima di articolare un discorso con frasi di senso compiuto e almeno una discreta conoscenza della sintassi, ormai con Facebook (o con Twitter), anche quel poco di strutturazione verbale si è disgregata. Il testo si è sfarinato e spesso è prevalsa la battuta a effetto, la spiritosaggine passeggera, il bon mot lì per lì azzeccato e spassoso ma che, reiterato all’infinito, diventa peggio che manieristico: diventa sclerotico. Eppure – incredibile a dirsi – anche da questo l’editoria è riuscita a cavare dei libri, ed ecco le Perle di Pinna, Mai ‘na gioia, Distruggere i sogni altrui esponendo la realtà oggettiva, eccetera eccetera. Tutti questi ‘libri’ hanno più che altro un valore sociologico: esprimono il bisogno dei loro lettori di fare gruppo, in una sorta di conventio ad excludendum in cui chi è interno al gruppo è partecipe di alcuni valori (lui “sa”, lui è l’ “eletto”), mentre gli altri sono – in sostanza – dei poveri stupidi che non si sono abbeverati alla fonte della saggezza.

Eppure tutti questi di “libro” hanno soltanto il nome e, mai come in questo caso, il nome non è la ‘cosa in sé’. Possiamo chiamarli libri, ma sono solo fogli rilegati tra due pezzi di cartoncino. A questo punto mi viene da dire che non è affatto necessario leggere, se si leggono questi oggetti: nessuno obbliga nessuno a leggere – e molto spesso chi li compra è normalmente un non-lettore o, come si dice con un pudico eufemismo, un “lettore debole” – e quindi tanto varrebbe non leggere affatto e dedicarsi ad altro, che non è peccato. Se non lo si fa, è perché – per l’appunto – il libro persiste nella sua esistenza totemica che conferisce prestigio a chi lo “scrive” e a chi lo “legge” (o dice di farlo).

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Patrick Modiano: “Dora Bruder” e la salvezza della memoria

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Patrick Modiano l’avevo solo sentito nominare quando quest’anno ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura e forse non avrei mai letto niente di suo se non mi fosse capitato tra le mani Dora Bruder. Non si può definire propriamente né un romanzo né un saggio, benché abbia a tratti le caratteristiche di entrambi.

Partendo da un annuncio pubblicato nel dicembre 1941 su un quotidiano parigino in cui si dà notizia della scomparsa di una ragazzina quindicenne – Dora Bruder, per l’appunto -, Modiano ne ricostruisce il percorso esistenziale. Con l’inventiva dello scrittore che crea il personaggio e con l’ostinazione dello studioso che scava negli archivi, a poco a poco emerge la vita di Dora Bruder e della sua famiglia. Non c’è niente di straordinario nella loro storia, che è anzi simile a quella di molti ebrei francesi durante l’occupazione nazista della Francia. Non c’è neppure un lieto fine, che è invece tragico come quello di tanti ebrei la cui vita è stata stroncata nei campi di sterminio nazisti. Eppure questo libro è stranamente avvincente e commovente. Perché?

A me pare che Modiano abbia scritto non tanto, o non solo, un libro sulla Shoah concentrandosi “in piccolo” sulla vicenda tragica di una ragazzina ebrea francese scomparsa nel nulla, ma anche sulla fragilità della memoria e su quel nulla che inghiotte tutti noi piccoli umani che del nostro affaccendarci non lasciamo traccia alcuna. Salvando il ricordo di Dora, Modiano salva un po’ anche noi e questa vicenda, che rischierebbe di essere personale o, tutt’al più, riguardare il solo popolo ebraico, acquista un carattere davvero universale. A me pare anche normale, e non certo un vizio narcisistico, che l’autore intervenga direttamente con la sua storia individuale, ricordando la figura, ambigua, del padre e la propria giovinezza vissuta incrociando, per una strana casualità, gli stessi luoghi che hanno segnato il destino di Dora Bruder. La sensazione che ne ricava è piuttosto d’incredulità e spaesamento, come se non riuscisse a capacitarci che davvero quei luoghi non serbino memoria e non portino traccia di quelle vicende.

Il libro di Patrick Modiano è dunque un’intensa e toccante elegia sull’effimero dell’esperienza umana e, quel che colpisce di più, è che è fatta con voce assolutamente sobria e antienfatica. Modiano procede per sottrazione e sciorina tutti gli eventi di cui viene a conoscenza e la sobrietà del tono sottolinea che le cose stanno così e parlano per sé, senza bisogno di ricorrere a effetti drammatici. Ma capisco che, abituati al sentimentalismo esplosivo, effusivo, emotivo e “larmoyant”, qualcuno abbia potuto trovarlo evanescente al punto di avere la sensazione di mordere l’aria.

Non è il mio caso: man mano che avanzavo nella lettura mi sembrava, letteralmente, di essere avvolto dall’atmosfera di quella Parigi – e della Parigi odierna -, che Modiano evoca e dipinge con precisione topografica maniacale. Tanto per citare un esempio, a un certo punto l’autore va a visitare il quartiere in cui si trovavano les “Tourelles” – le prigioni in cui venivano provvisoriamente rinchiusi gli ebrei durante l’occupazione nazista -: ebbene, per l’esattezza con cui lo descrive, è possibile seguire il suo percorso su Googlemaps. Lo stesso avviene per ogni altro luogo, a partire da quel Boulevard d’Ornano in cui abitavano i Bruder, in una camera di una pensione economica. Se la città – sembra dire Modiano – cancella le tracce di un passato equivoco e imbarazzante (e a volte le cancella demolendole, come a farne tabula rasa), il suo compito di scrittore è di sottrarre queste vicende umane al silenzio. E in questo senso, Modiano è fedele alla massima talmudica secondo cui “chi salva una vita salva il mondo intero”.

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Marianne Faithfull: 50 anni di icona rock

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Era un conto in sospeso quello che avevo con Marianne Faithfull, da quando – doveva essere il 2006 – ero andato a un suo concerto al Rolling Stone, annullato all’ultimo momento, poco prima che lei salisse sul palco. Quindi anche ieri sera, all’Auditorium, ero timoroso che non tutto andasse per il verso giusto, considerando anche che Marianne è reduce da una brutta frattura all’anca che, dopo mesi, fatica a guarire (“I didn’t break my hip, I smashed it!”, ha commentato lei). E invece, alle 21.30, eccola salire sul palco, munita di bastone, con cui canterà per un’ora e mezzo più o meno immobile, sedendosi di tanto in tanto sulla sedia appositamente predisposta. Saluta il pubblico in italiano con un improbabile “Buona notte!”, correggendosi poi con “Buona sera” e spiegando che suo padre, invece, l’italiano lo parlava benissimo – era professore di letteratura italiana all’Università di Londra -, mentre lei la nostra lingua non l’ha mai imparata e sa solo dire (cosa che fa subito): “Passami la marmellata, per favore”.

Il tour da poco iniziato celebra i cinquant’anni della carriera di Marianne Faithfull e cade in concomitanza con la pubblicazione del nuovo (e bellissimo) album Give My Love to London, il migliore degli ultimi tre e con pezzi (quasi) tutti inediti. E sono proprio le canzoni di questo disco che formano l’ossatura del concerto di ieri sera, a partire proprio dalla “title track”. Accompagnata da una band di quattro musicisti – chitarra, basso, batteria e tastiere -, Marianne passa con apparente facilità da un brano all’altro, suscitando l’entusiasmo del pubblico, generalmente piuttosto “agé”. Infatti, malgrado il suo appeal, la modernità del suono e la grande abilità con cui negli ultimi anni Faithfull si è scelta collaboratori e autori – per questo album, tra gli altri, Nick Cave, Roger Waters, Anna Calvi e Brian Eno -, sembra però non essere riuscita a conquistare troppo i giovani, almeno qui in Italia. Ma non importa: lei è ancora lì, benché evidentemente sofferente, e ci delizia non soltanto con le sue canzoni, ma anche con la verve con cui interloquisce con il pubblico. Prima di ogni brano chiacchiera a lungo e racconta come sono nate certe canzoni, parla di sé, scherza sui suoi acciacchi e lo fa con accattivante humour britannico.

Quando si ha una così lunga carriera dietro le spalle e un repertorio tanto vasto, si rischia sempre di restare un po’ delusi per i brani che non esegue e che, giocoforza, restano esclusi dalla scaletta. Mi sono ritrovato a sbirciare di tanto in tanto l’orologio – e non perché mi stessi annoiando, tutt’altro, ma perché paventavo il momento in cui il concerto sarebbe finito. Del nuovo album ha presentato sette pezzi, a cui se ne sono aggiunti otto dal repertorio, comprese alcune tappe obbligate, come As Tears Go By (insieme con Come and Stay With Me in quello che lei ha definito il “Sixties Corner”), Sister Morphine (nel “Junkies Corner”) e The Ballad of Lucy Jordan, ma anche qualche sorpresa come Marathon Kiss (da Vagabond Ways) e Who Will Take My Dreams Away?, scritta con Angelo Badalamenti (di cui però mi sarebbe piaciuto sentire anche qualcosa da A Secret Life). Mi spiace solo che abbia completamente trascurato Before The Poison – escludendo anche Last Song, eseguita invece nei concerti in Germania, ma forse la stanchezza ha preso il sopravvento – e Kissin’ Time – un album con arrangiamenti molto elettronici che a me piace ancora molto.

Alle ventitrè in punto si chiude il concerto, senza bis, ma va bene lo stesso così: per quanto mi riguarda il debito rimasto in sospeso è stato saldato. E chissà che in futuro non ci sia un’altra occasione – per ora le auguriamo una pronta guarigione e, per noi, altri album come Give My Love to London.

Setlist:
Give My Love To London – Falling Back – Broken English – Witches’ Song – The Price of Love – Marathon Kiss – Love More or Less – As Tears Go By – Come and Stay With Me – Mother Wolf – Sister Morphine – Late Victorian Holocaust – Sparrows Will Sing – The Ballad of Lucy Jordan – Who Will Take My Dreams Away

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Christa Wolf: i 27 settembre degli ultimi dieci anni

36842361zNel 1960 la rivista russa Izvestija chiese a vari scrittori di raccontare il loro 27 settembre. Christa Wolf fu una delle invitate e continuò a raccontare lo stesso giorno, in forma diaristica, di anno in anno. I suoi 27 settembre – dal 1960 al 2000 – sono stati raccolti, una decina d’anni fa, in un volume intitolato Ein Tag im Jahr, poi pubblicato anche in Italia (Un giorno all’anno). L’uscita del libro, però, non l’ha fatta smettere e dal 2001 fino all’anno della sua morte, il 2011, ha continuato a farlo con regolarità. Gli ultimi dieci anni costituiscono il volume Ein Tag im Jahr im neuen Jahrhundert, uscito postumo in Germania l’anno scorso.

La prima domanda che la stessa Wolf rivolge a se stessa riguarda la sincerità di questa impresa: continuare a tenere questo diario “sui generis” dopo che è già stato pubblicato non è un po’ come scrivere mentre una folla ti sbircia sul foglio da dietro le spalle? Non rischia cioè di falsare un po’ la prospettiva? Non importa: Christa Wolf decide di comportarsi come se l’atteggiamento mentale fosse ancora quello di quando nessuno ancora sapeva niente di questa sua abitudine. Ma per noi lettori, invece, cambia qualcosa e, soprattutto, che valore ha questo secondo volume, oltre a quello, evidente, di testimonianza? Vale la pena leggerlo? Certamente ha un carattere di incompiutezza: l’ultimo anno è solo abbozzato perché, come spiega il marito Gerhard Wolf in una breve nota introduttiva, Christa Wolf è stata male proprio durante la scrittura (ed è morta poco più di un mese dopo). Così come è abbozzato il 2008 – di cui ci viene proposta anche la versione manoscritta -, anno in cui Christa Wolf ha dovuto trascorrere diversi mesi in ospedale per una serie di vicissitudini legate alla sua salute.

Se quindi si ha la sensazione di trovarsi davanti a dei testi un po’ “recuperati”, come se qualcuno avesse raschiato il fondo del barile o svuotato i cassetti per capitalizzare il più possibile il lascito di un’autrice importante appena morta (operazione, questa, ormai sempre più diffusa, tanto che certi autori sembrano pubblicare più da morti che da vivi), resta il fatto che in queste centocinquanta pagine si trovano comunque delle vere gemme. La parte più interessante, però, non è la riflessione dell’intellettuale sugli eventi pubblici, che risulta anzi piuttosto deludente. Per ogni 27 settembre c’è l’elenco – spesso meccanico – dei titoli dei giornali e dei telegiornali di quell’anno e i commenti di Christa Wolf non si discostano molto, ahimè, dalle lagne di molti anziani (per quanto acculturate) che osservano un mondo alla deriva, sempre peggiore rispetto a quello del passato. In altri casi le sue opinioni sono, né più né meno, equivalenti a quelle di una qualsiasi persona molto di sinistra, con la relativa avversione per il consumismo, la globalizzazione, il ruolo degli Stati Uniti negli eventi mondiali (ricordo, tra l’altro, che primo anno si apre a poca distanza dall’attentato terroristico alle Torri Gemelle). Tutto questo, però, è abbastanza irrilevante e si avverte che molte di queste opinioni sfiorano solo la superficie dell’esperienza mentre a prevalere è un certo distacco interiore, che aumenta con il passare del tempo. Lo confessa la stessa Wolf nel 2008: “Ho preso coscienziosamente conoscenza di tutto questo, ma mi ha toccato solo ai margini, anzi mi sono accorta che non conosco più la partecipazione interiore di un tempo ai conflitti (…): non mi sento più responsabile per ciò che succede”.

La parte davvero interessante è quella intima, invece. E’ il viaggio, umanissimo e intelligentissimo, di una donna dalle grandi capacità di autoanalisi che avverte il tempo sfuggirle di mano, e con esso la sua stessa vita. Le riflessioni più toccanti sono proprio quelle che riguardano la vecchiaia, la malattia, la perdita di autonomia, la stanchezza – anche fisica -, l’incapacità di concentrarsi troppo a lungo sulle cose e, soprattutto, la domanda sul senso del proprio fare. Più e più volte Christa Wolf ammette di leggere libri pur sapendo che non ricorderà più nulla, così come non ricorda nulla di gran parte di ciò che ha letto. E s’interroga persino se abbia senso e serva a qualcosa continuare a scrivere. Tra parentesi questi sono gli anni della lavorazione, a tratti spossante, di quello che sarà il suo ultimo (e magnifico) libro, Stadt der Engel oder The Overcoat of Dr. Freud (La città degli angeli. E’ davvero straziante leggere delle sue malattie, della sua incipiente sordità, delle operazioni subìte e, in filigrana, avvertire l’acuirsi della disperazione: “Dalla finestra del soggiorno vedo dabbasso una giovane donna bionda che passa, con una giacca bianca e i pantaloni neri, vedo con invidia come cammina senza sforzo, come se fosse ovvio. Mi consolo: quando avevo la sua età ero capace anch’io”. “Quest’estate di malattia [il 2008] mi ha dato una bella spinta verso la vecchiaia. Temo l’ottantesimo compleanno come il confine tra la vecchiaia e la prossimità alla morte. Nei corridoi [dell’ospedale] incontravo altri pazienti, con le stampelle come me, che mi sembravano ancora più vecchi e indifesi, finché mi sono richiamata all’ordine e mi sono detta: sono vecchi come me, solo che io non me ne voglio rendere conto”. E ancora: “Il pensiero della morte è onnipresente. E la consapevolezza che ormai gli anni le corrono incontro. Lo stimolo a nuovi lavori è ridotto, ma soprattutto c’è la domanda: a che scopo?”. E con il trascorrere (e l’assottigliarsi) del tempo e l’avvicinarsi della morte diventano sempre più ricorrenti anche i momenti di sconforto, di abbattimento e di depressione: “[La mattina] l’una o le due ore prima di alzarmi sono tormentose, deprimenti, piene di pensieri angoscianti – la morte, sempre la morte -, dinanzi alle quali nemmeno l’enumerazione di tutte le cose positive di cui è fatta la mia vita riesce a ottenere nulla”.

Altrettanto affascinante è la notazione, spesso dettagliata, dei piccoli eventi quotidiani che, insignificanti all’apparenza, costituiscono invece quel “Gewebe der Zeit” – il tessuto del tempo -, di cui parla l’autrice nelle prime righe (un tessuto “lacerato”, in quelle pagine, dal crollo delle Torri Gemelle, cioè da un grande evento di portata storica che sconquassa il quotidiano: uno dei temi della sua narrativa, del resto). Di anno in anno scopriamo così, per esempio, che è sempre il marito Gerhard (Gerd) ad andare al mercato per le spese, a cucinare piatti spesso deliziosi – sforzandosi di mettere in tavola qualcosa di non banale anche la sera -, assistiamo ai piccoli riti legati ai festeggiamenti per il compleanno della figlia minore Katrin (Tinka), che compie gli anni proprio il 28 settembre, apprendiamo quello che i Wolf guardano alla televisione la sera, ed entriamo così in punta di piedi nella quotidianità della famiglia di Christa Wolf, tra l’appartamento di Pankow di fronte all’Amalienpark e la casa in campagna a Woserin, nel Meclemburgo. Le pagine di questo libro sono infine anche la testimonianza di una lunga storia d’amore, che corre sottotraccia dall’inizio alla fine, tra Christa e Gerhard Wolf. E se questo non è un testo capitale per chi volesse accedere all’opera di Christa Wolf, resta però un volume imperdibile per chi ha letto tutto il resto e ha una certa familiarità con uno dei più importanti autori di lingua tedesca dell’ultimo secolo.

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